giovedì 16 ottobre 2014

Alluvione Genova 2014




CONSIDERAZIONI SUI FATTI DI GENOVA
CONTRO LE “BOMBE D’ACQUA”, UNA  SOLA PAROLA D’ORDINE : INVARIANZA IDRAULICA, PER LEGGE!
di Catello Masullo, ingegnere idraulico
e vice presidente di Inarsind Roma (sindacato ingegneri ed architetti liberi professionisti)
Roma 14 ottobre 2014

SOMMARIO CONCLUSIONI E RACCOMANDAZIONI
La situazione idrogeologica di Genova è nota agli esperti da sempre. Il tombamento dei molti corsi d’acqua che l’attraversano, unitamente alla crescente impermeabilizzazione di aree sempre più vaste di territorio, senza la applicazione della buona pratica della invarianza idraulica a ciascun intervento, non poteva che dare i risultati che vediamo con ricorrente frequenza. Si sono fatti tanti progetti per realizzare le opere che possano correggere almeno una parte degli errori del passato. Come ad esempio uno scolmatore del Feregiano. Una galleria di grandi dimensioni di oltre sei km, di cui realizzato solo uno (oggi utilizzato come  garage per canoe : sigh!). Altri progetti si sono arenati nei ricorsi al Tar e nei tagli di spesa. Gli ingegneri idraulici, ed a Genova c’è una gloriosa scuola di ingegneri idraulici, sanno perfettamente cosa fare per evitare di continuare a contare i morti per strada nella capitale ligure. Che gli amministratori della cosa pubblica li ascoltino, una volta tanto!
PREMESSE
Dopo Genova, Sarno, Soverato, Gianpilieri, Scaletta Zanclea, ancora una volta Genova. Cambia il nome, ma la tragedia è sempre la stessa. Aggiorniamo la macabra contabilità dei morti a causa di quelle che i media hanno battezzato “bombe d’acqua”. E, puntualmente, si ripete, all’infinito, il lamento dei corifei. Da una parte ci si strappano le vesti e si piangono le vittime e si fanno proclami della serie “mai più!”, dall’altra si cade dalle nuvole, della serie “nessuno poteva prevederlo, “evento senza precedenti”, “tragica fatalità”, “inarrestabile furia degli elementi”, e così via cantilenando. E si affidano , sempre, editoriali alle nostre migliori “penne” . Le quali ripetono, a loro volta, sempre la stessa (corretta) solfa : “disastro annunciato”. E poi, immancabile, spunta senza eccezione alcuna, questa nuova figura professionale della quale pare non si possa fare a meno : il “geologo televisivo”. A spiegarci che occorrono soldi, nuovi stanziamenti, prevenzione. Ma possibile mai che a nessuno, dico a nessuno, viene in mente di sentire gli ingegneri idraulici? Quella particolare tipologia di tecnici che dedicano tutta la loro formazione e tutta la loro vita professionale proprio a studiare le cause di questi fenomeni ed a progettare le opere che sarebbero necessarie per evitare queste tragedie? Possibile che nessuno parla di “invarianza idraulica”?
Spieghiamo questo termine , che appare oscuro ai più (anche ai “geologi televisivi”, apparentemente). Se, cioè, un determinato territorio, prima di realizzare un intervento di trasformazione, produce una certa quantità di acqua in occasione di determinate precipitazioni meteoriche, dopo la trasformazione deve mantenere costante questa quantità di acqua prodotta. Questo significa che, se si impermeabilizzano o disboscano porzioni più o meno vaste di tale territorio, riducendo quindi le naturali capacità di ritenzione idrica del terreno originario, è necessario ed obbligatorio realizzare opere di cattura ed immagazzinamento delle acque di pioggia intensa, per poi restituirle alla natura solo successivamente allo scroscio di pioggia. In modo tale da evitare ogni danno da alluvione. Realizzando quindi quello che gli ingegneri idraulici definiscono la “laminazione delle piene” e la conseguente “invarianza idraulica” di quell’intervento.

LA SITUAZIONE ITALIANA
Che il territorio italiano sia particolarmente fragile è testimoniato dal fatto che il 68% circa delle frane in Europa avvengono nel nostro paese. Siamo una “frana” nella prevenzione. In compenso siamo degli assi negli interventi in emergenza ex-post. Abbiamo sviluppato la migliore protezione civile del mondo. E tutti imparano da noi.  Ma tutto questo non è particolarmente efficiente. Perché, come numerosi studi scientifici dimostrano, spendiamo somme spropositare per riparare i danni post-evento, che si sarebbero potute evitare ove si fossero spese somme di gran lunga inferiori in prevenzione (anche di 10 o 15 volte).
Lo dice anche la saggezza popolare : “prevenire è meglio che curare”. 
Ma la politica non ci sente da questo orecchio. I soldi spesi in interventi eseguiti in sperduti anfratti, letti di torrenti, versanti di colline e montagne, non si vedono e quindi non portano voti. I soldi spesi in emergenza post catastrofe, per riparazione di drammatici danni e risarcimenti a danneggiati, invece hanno un grande impatto mediatico. E quindi portano voti. Sarà cinica, e forse anche un po’ grossolana, come analisi, ma se fate due più due, vi accorgerete che non siamo troppo lontani dalla realtà. E’ il dissesto ideologico, la maggiore causa del dissesto idrogeologico.
La maggior parte dei disastri, sono disastri annunciati. E spesso si ripetono nelle stesse aree geografiche. Basta dare un’occhiata alle liste delle alluvioni ed inondazioni (si veda la appendice alla fine di questo appunto, tratta dalla sempre ben informata Wikipedia). Ci sono ad esempio zone come quelle della Liguria e della Campania meridionale ove periodicamente si contano i morti. E non è casuale. Provate a prendere una cartina del mediterraneo. Con un righello tracciate delle linee che vanno dallo stretto di Gibilterra all’Italia. Le linee di mare più lunghe, senza che siano interrotte da isole o coste, sono quelle che puntano a nord in Liguria ed a sud sulla Campania meridionale. Queste linee vengono chiamate dagli ingegneri con il termine “fetch”. E non sono altro che corridoi sul mare aperto dove più a lungo possono svilupparsi venti senza che siano interrotti da qualche ostacolo. E possono quindi caricare l’aria di grande umidità presa dal mare. E generare le più potenti perturbazioni atmosferiche, con la forza di veri e propri uragani. Che sono la causa delle più grandi alluvioni. Ed ecco che periodicamente si verificano eventi importanti nelle zona di Genova e  della penisola Sorrentina e relativo entroterra (disastri di Sarno, Quindici, Castellammare di Stabia, ecc.).

LA SITUAZIONE A GENOVA
Il 10 ottobre 2014 piovono oltre 500 mm di pioggia su Genova ed il 4 novembre del 2011, sempre a Genova cadono quasi 500 mm di pioggia in 5 ore. Esondano i fiumi ed i torrenti che esondano sempre in queste occasioni, Bisagno, Fereggiano, Sturla e Scrivia. Si è , al solito, parlato di evento mai accaduto prima. Ma non è così. Il 4 ottobre del 2010, la quantità di pioggia era stata praticamente la stessa. Ed alluvioni gravi ci sono state in precedenza a Genova nel ’93, nel ’92 e nel ‘70 (quando i mm di pioggia furono addirittura più di 900). I danni ed i lutti a seguito di alluvioni non sono però sempre gli stessi. Moto dipende da quello che fa e da quello che non fa l’uomo. Enormi straripamenti di fiumi nel passato più o meno recente non hanno provocato gli stessi danni e lo stesso numero di perdite di vite umane degli ultimi tempi. Semplicemente perché la aree interessate dalle esondazioni non avevano insediamenti abitativi. Negli ultimi decenni le urbanizzazioni sono state, in alcuni casi,  davvero dissennate e criminali. I cosiddetti “pianificatori” urbanistici dalla licenza edilizia facile hanno dimostrato di avere la memoria sempre cortissima. Ed hanno consentito di costruire in aree dove si sapeva benissimo che prima o poi sarebbero arrivate le acque straripate. Pochi sanno, ad esempio, che una alluvione del fiume Arno, farebbe oggi molti più danni di quella famosissima del 1966, che è stata immortalata dai tg di tutto il mondo. Perché sulle sponde del fiume, subito dopo l’evento disastroso, si è costruito moltissimo. Ci fu una vera e propria corsa alla licenza edilizia da parte di tutti gli enti territoriali competenti, per arrivare prima dei divieti di edificazione che di lì a poco la benemerita Commissione De Marchi (dal nome del grande ingegnere idraulico che la guidava) avrebbe istituito.

NON TUTTO VA MALE :QUANDO SI PREVIENE I DISASTRI NON AVVENGONO
Ma non tutto va così male. Prendiamo l’alluvione di  Sarno, Siano, Bracigliano e Quindici, del 5 maggio del ’98. Un evento tremendo, 159 morti. È un argomento che conosco abbastanza bene, essendo stato aggiudicatario della gara pubblica per la progettazione di una parte non irrilevante degli interventi post-emergenza. Siamo proprio in quella zona della Campania meridionale soggetta a ricorrenti alluvioni, a cavallo tra le province di Salerno, Napoli ed Avellino, di cui dicevo prima. Con suoli particolarmente fragili. Si tratta  di terreni provenienti dalle eruzioni del Vesuvio, proiettati in aria negli scorsi millenni e ricaduti sui massicci carbonatici, i calcari  di base, sui quali si sono addensati. In particolari condizioni, dopo lunghi periodi di pioggia, anche non particolarmente intensa, ed in aree acclivi, che abbiamo subito di recente un disboscamento oppure un incendio, questi strati di terreno, tecnicamente detti coltri piroclastiche, si staccano di schianto dalle rocce di base e creano le cosiddette “colate di fango superveloci”. Che vengono giù anche a 80 km all’ora. Ed hanno una potenza davvero devastante. Figuratevi che a Sarno, in quel tragico maggio, una di queste colate staccò di netto dalle fondazioni un palazzotto di tre piani, che era stato costruito, ovviamente, dove non doveva,  e lo spostò, rigidamente, di oltre 300 metri. Miracolosamente i tanti giovani che stavano ballando ad una festa al secondo piano del palazzo, sono restati incolumi. Non è andata altrettanto bene ad altri 159 sventurati di quell’area.  Non è di questi paesi colpiti dai lutti che voglio parlare.  Ma di un altro paese. Che non è andato sulle cronache di alcun giornale o tg. Eppure si tratta di un comune che si trova proprio nella stessa area di Sarno, Siano, Bracigliano e Quindici. Con esattamente le stesse condizioni dei versanti. Piroclastiti su calcari, su forti pendenze. Si tratta di un paese proprio attaccato al Comune di Quindici, e cioè del comune di Forino, in provincia di Avellino. Dove quel giorno disgraziato si sono innescate colate di fango veloci del tutto simili a quelle che hanno mietuto tante vittime a pochi chilometri di distanza. Ma a Forino non c’è stato nessun morto. E nemmeno un ferito. Perché quel territorio si era dotato, negli anni precedenti, di opportune opere di prevenzione. Non di opere faraoniche. Opere flessibili anti-erosione, opere di contenimento dei versanti con tecniche di ingegneria naturalistica. E, soprattutto, una serie di piccole vasche per la raccolta delle future colate di fango. Che riprendevano la tradizione delle antiche bonifiche borboniche. Che usavano queste vasche come accumuli di detriti che venivano dai monti e come cave di sabbie per le costruzioni. Con uno splendido equilibrio. La natura ogni tanto colmava queste vasche. E gli uomini, pian piano, le svuotavano. Per lasciarle saggiamente vuote ad accogliere le prossime colate. E così è avvenuto a Forino il 5 maggio del ’98. Le colate hanno trovato le vasche vuote e le hanno colmate. Senza uccidere nessuno. Ne sono testimone diretto. Avendo personalmente curato la progettazione e la direzione dei lavori di realizzazione di tutti questi interventi a Forino. Esempio poco clamoroso. Che non ha attirato alcun cronista. Di “normale” manutenzione del territorio. Ma anche valido esempio della validità del detto di saggezza popolare già ricordato : prevenire è meglio che curare. 

CAUSE DEL DISSESTO IDROGEOLOGICO E POSSIBILI RIMEDI
Provo infine a riassumere le principali cause delle catastrofi e dei lutti provocati dal dissesto idrogeologico, dando anche qualche cenno sui  possibili rimedi:
Scelleratezza urbanistica: permettere di costruire dove i tecnici competenti sconsigliano di costruire, trattandosi di zone a rischio di alluvione o di frana o di dissesto, è da stolti o da criminali; non sarà il caso di smettere di farlo? I programmi di tutte le forze politiche, nessuna esclusa, contengono parole altisonanti ed impegni solenni di lotta al dissesto idrogeologico. Ma, dopo le elezioni, i buoni propositi restano solo chiacchiere (di quelle che la antica saggezza partenopea accomunava alle tabacchiere di legno, nel novero degli oggetti non accettati dal banco dei pegni);
Eccessivo consumo di territorio, con disboscamenti, cementificazioni ed impermeabilizzazioni del terreno:  sarebbe semplice ovviare. Da una parte vietare ulteriori consumi di territorio, permettendo nuove costruzioni solo nella zone già urbanizzate, densificando e rottamando la edilizia di scarsa qualità del dopoguerra. E dall’altra imponendo il cosiddetto criterio della “invarianza idraulica”. Se, cioè, un determinato territorio, prima di realizzare un intervento di trasformazione, produce una certa quantità di acqua in occasione di determinate precipitazioni meteoriche, dopo la trasformazione deve mantenere costante questa quantità di acqua prodotta. Questo significa che, se si impermeabilizzano porzioni più o meno vaste di tale territorio, riducendo quindi le naturali capacità di ritenzione idrica del terreno originario, è necessario ed obbligatorio realizzare opere di cattura ed immagazzinamento delle acque di pioggia intensa, per poi restituirle alla natura solo successivamente allo scroscio di pioggia. In modo tale da evitare ogni danno da alluvione. Realizzando quindi quello che gli ingegneri idraulici definiscono la “laminazione delle piene”.
Mancata realizzazione di opere di manutenzione idraulica:  non pochi disastri sono causati dalla incuria, dalla ridotta capacità di portata del reticolo idrografico a causa di ostruzioni, interramenti, abbandoni di rifiuti ingombranti, crollo di alberi ed arbusti, ecc. . Le operazioni di manutenzione idraulica andrebbero effettuate con regolarità, e consentirebbero, a conti fatti, di spendere meno e meglio, e, soprattutto, di evitare di piangere vite umane perdute;
Mancata realizzazione di opere idrauliche di accumulo e regolazione: l’acqua è elemento fondamentale di vita. Ma può causare danni e morti sia quando ce n’è troppo poca, sia quando ce n’è troppa. Occorre quindi usare la saggezza del buon padre di famiglia. Che mette da parte le risorse nei tempi grassi per i tempi delle vacche magre. E quindi ci vogliono le vituperate dighe. Che immagazzinano le acque quando scorrono impetuose e possono causare danni e vittime, per poterle restituire quando piove poco e ce n’è più bisogno, ad esempio per irrigare i campi d’estate. Basta studiare un po’ di storia, anche recente, per apprendere, ad esempio, che la città di Roma andava regolarmente sott’acqua tutti gli anni fino a pochi decenni orsono. Tanto è vero che le autorità papaline avevano organizzato un capillare servizio di barchini che percorrevano le strade romane allagate per distribuire pane agli abitanti costretti a casa dalle alluvioni, i quali lo ritiravano dalle finestre. Tutto questo è diventato solo un ricordo storico, grazie agli imponenti interventi idraulici dei cosiddetti “muraglioni”, ma anche grazie alle grandi dighe realizzate su alto e medio corso del Tevere, che consentono di “laminare” le piene del fiume stesso.
Mancata realizzazione di opere di presidio contro erosioni, frane e dissesti idrogeologici :  gli specialisti della materia conoscono perfettamente quali sono i versanti in frana, quali sono gli alvei dei corsi d’acqua in erosione, quali sono le aree a rischio di dissesto idrogeologico, e sono perfettamente in grado di progettare gli interventi atti a scongiurare le catastrofi. L’investimento più produttivo che possiamo fare è quello nella salvaguardia del nostro capitale umano e del nostro territorio (l’unica nostra specifica risorsa non riproducibile dai nostri concorrenti diretti nell’attrarre flussi turistici) .  Diamo quindi fiducia ai (pochi) decisori politici che lo hanno capito.

COSA FARE A GENOVA
La situazione idrogeologica di Genova è nota agli esperti da sempre. Il tombamento dei molti corsi d’acqua che l’attraversano, unitamente alla crescente impermeabilizzazione di aree sempre più vaste di territorio, senza la applicazione della buona pratica della invarianza idraulica, non poteva che dare i risultati che vediamo con ricorrente frequenza. Si sono fatti tanti progetti per realizzare le opere che possano correggere almeno una parte degli errori del passato. Come ad esempio uno scolmatore del Feregiano. Una galleria di grandi dimensioni di oltre sei km, di cui realizzato solo uno (oggi utilizzato come  garage per canoe : sigh!). Altri progetti si sono arenati nei ricorsi al Tar e nei tagli di spesa. Gli ingegneri idraulici, ed a Genova c’è una gloriosa scuola di ingegneri idraulici, sanno perfettamente cosa fare per evitare di continuare a contare i morti per strada nella capitale ligure. Che gli amministratori della cosa pubblica li ascoltino, una volta tanto!

venerdì 21 febbraio 2014

Argine Secchia: rottura non prevedibile

Alluvione nel Modenese, Aipo: "Non era prevedibile la rottura dell'argine"




Ore 17.30 - Proporre alle altre Regioni del Po un radicale riassetto istituzionale di Aipo per migliorarne l'efficacia operativa insieme ad un piano straordinario di mitigazione del rischio sul nodo idraulico di Modena e allo stanziamento di risorse certe e costanti per la cura del territorio. Queste le priorità indicate dagli assessori regionali alla Programmazione territoriale Alfredo Peri e alla Difesa del suolo Paola Gazzolo durante l'audizione.

“Il Piano straordinario per il nodo idraulico di Secchia-Panaro e Naviglio c’è - ha sottolineato l’assessore Peri - adesso occorre realizzarlo in tempi rapidi e certi. Per questo c’è bisogno di risorse immediate, che lo stesso Governo si è impegnato a concedere. Fino ad ora sono già stati finanziati interventi, in corso o da realizzare entro l’anno, per oltre 26 milioni di euro. Ben prima che avvenisse la rottura del Secchia la Giunta regionale ha inviato al Governo un piano di interventi urgenti programmati, con la richiesta di ulteriori finanziamenti per 19 milioni, divenuti poi 21 in seguito all’evento calamitoso. Si tratta di risorse indispensabili per mettere in lavorazione subito ciò che avevamo già pianificato, e che dopo l’alluvione ha un carattere di urgenza ancora maggiore ”.

“Un altro punto su cui è necessario intervenire - ha aggiunto - è Aipo, struttura fortemente indebolita da meccanismi amministrativi e organizzativi che così come sono le tolgono efficacia e tempestività d’azione. Il governo complessivo del sistema territoriale del bacino del Po deve essere una priorità nazionale, per l’importanza che riveste in termini economici, ambientali e sociali non solo per l’Emilia-Romagna. Proponiamo alle altre Regioni del Po e al Governo un nuovo assetto complessivo dei poteri e delle competenze, che risponda ad una logica di migliore efficacia degli interventi, non solo in caso di emergenza, ma anche di gestione ordinaria del territorio”.

Per la cura del territorio servono risorse certe e costanti - ha ribadito Gazzolo - Come Regione stiamo facendo la nostra parte e le nostre scelte politiche sono chiare: nel bilancio 2014 abbiamo destinato 16 milioni di euro alla sicurezza del territorio, ben più degli 11 milioni introitati per il demanio. Inoltre, già prima della rottura dell’argine, abbiamo messo a punto e inviato al Governo il Piano straordinario con la richiesta di finanziamenti per interventi urgenti”. “In Emilia-Romagna - ha concluso Gazzolo - il reticolo idrografico è di 75 mila chilometri quadrati, a fronte dei 46 mila di quelli stradali. Ciò dà l’idea di quanto complesso e articolato sia il sistema di gestione e difesa del suolo, e di quanto sia indispensabile poter contare su finanziamenti sicuri e continuativi. La competenza dei finanziamenti della difesa del suolo è dello Stato, ma noi abbiamo sempre garantito la nostra compartecipazione e continueremo a farlo”.

Ore 16 - La rottura di una parte dell’argine di un fiume “non è prevedibile”. Lungo il Secchia, inoltre, si registra da anni un “incremento di scavernamenti causati dalle tane di animali”.

Questa la relazione del direttore di Aipo Luigi Fortunato nel corso di un’audizione in commissione regionale. “Aipo non ha un’autonomia di bilancio per le manutenzioni, per le quali occorre una programmazione”. Durante l’emergenza nel Modenese, “su di noi c’è stata una baraonda mediatica”.

“La nutria è un animale semiacquatico e fa le tane basse a livello dell’acqua quando il fiume è a regime normale. Volpi, tassi e conigli selvatici sono pericolosi, perché fanno le tane più ampie e passanti, con un innesco di movimento d’acqua che vuota l’argine - ha spiegato - Pur constatando un aumento preoccupante di scavernamenti nei corpi arginali per lo più collegata alla presenza di una serie di animali, non esiste la prova che l’evento del 19 gennaio sia legato a questo".

Per Fortunato, non è possibile attribuire la responsabilità dell’incidente all’operato di Aipo. Sarà l’inchiesta della magistratura a stabilire eventuali responsabilità e “verificare se vi sono stati da parte dell’agenzia e dei suoi dipendenti o funzionari comportamenti tali per cui questo fenomeno avrebbe dovuto essere visto, monitorato, scoperto e contrastato”. "Noi siamo soggetti gestori ed attuatori - ha precisato - quindi operiamo in relazione alla programmazione” che fino a qualche anno fa, prima della cessazione dell’ente Magistrato del Po, veniva fatta direttamente dal ministero.

* * *

"L'audizione in Assemblea legislativa del direttore di Aipo si è trasformata in una fiera delle contraddizioni e dei rimpalli delle responsabilità - commenta il consigliere regionale berlusconiano Andrea Leoni - Ci viene detto che l'evento del 19 gennaio non era prevedibile perchè le criticità in quel tratto di argine crollato non erano state né registrate né monitorate e allo stesso tempo viene evidenziato l'alto livello di precisione raggiunto da Aipo sul piano dell'individuazione e dell'intervento delle criticità delle arginature, anche sulla base delle segnalazioni dei privati e dei frontisti. Se fosse così, la falla che, pur in presenza di un livello di acqua non allarmante, ha fatto collassare l'argine di San Matteo avrebbe dovuto essere individuata. Se fosse così non si spiegherebbe la somma urgenza con cui la Regione ha annunciato un piano straordinario di manutenzione degli argini. Se così fosse oggi Aipo sarebbe in grado di fornire la mappatura e geolocalizzazione degli interventi".

"Poi c'è il capitolo costi - prosegue Leoni - sul quale si consuma il rimpallo delle responsabilità tra Aipo e Regione Emilia Romagna. Dalle parole dei tecnici sono stati accusati, di fatto, Stato e Regione di non investire abbastanza sulla difesa del suolo sulla prevenzione e che i pochi soldi a disposizione sono stati utilizzati solo per la manutenzione degli argini e, con la scusa dei costi elevati e delle procedure più complesse, mai per la pulizia degli alvei. Il tutto all'indomani delle incredibili dichiarazioni dell'Assessore regionale Peri che rappresentando da anni la Regione all'interno di Aipo, dice solo oggi che Aipo deve cambiare".

"In breve, l'audizione che avevo richiesto dei responsabili Aipo ha confermato una cosa: il sistema di monitoraggio e di manutenzione degli argini non ha funzionato e che i problemi erano da tempo. Non si può affermare di avere le responsabilità sul monitoraggio e la manutenzione e la prevenzione del rischio idraulico e poi dire che di fronte a quanto è successo nulla si poteva fare perchè non era prevedibile. Dalle dichiarazioni dei tecnici in audizione il quadro che emerge è assolutamente preoccupante sia per il presente ma anche per il futuro" conclude Leoni.

"Oggi abbiamo finalmente capito di chi sono le responsabilità dell'alluvione di Modena. Anche se si sta cercando di far passare l'evento come eccezionale ed imprevedibile è ormai chiaro a tutti che la Regione, con le sue scelte di programmazione economica, ha di fatto abbandonato il tema della prevenzione e del dissesto idrogeologico, contribuendo ad aggravare una situazione già compromessa da tempo - commenta Giovanni Favia, consigliere regionale indipendente - L'ingegner Fortunato, direttore generale di Aipo, ha ripetuto che la situazione di criticità del Secchia era chiara a tutti da molto tempo, sindaci e assessori compresi. Per mettere in sicurezza gli argini del fiume servivano 50 milioni di euro che però la 'politica' non ha saputo e voluto mettere a disposizione, ha detto. Credo che arrivati a questo punto sia ora di finirla con il gioco dello scaricabarile. La Regione ha delle responsabilità gravi e precise. Ha scelto di non finanziare gli interventi sul dissesto idrogeologico, e quindi anche quelli che riguardavano il Secchia, attraverso i fondi europei del P.O.R., scegliendo di destinare queste risorse verso a ltri settori. E adesso, a frittata ormai fatta, le parole dell'assessore Peri che promette interventi straordinari entro la fine dell'anno e una riforma organizzativa di Aipo sono inutili. Bisognava pensarci prima".

"Ascoltando i vertici di Aipo in Commissione sono emersi altri aspetti importanti che riguardano l'alluvione del mese scorso - aggiunge Favia -. Il primo è che abbiamo scoperto che l'agenzia non ha le risorse necessarie per provvedere alla pulizia degli alvei dei fiumi. I 18 milioni di euro che spende ogni anno bastano solo per la manutenzione delle opere idrauliche - conclude Favia - Infine c'è la questione della nutrie: per Aipo non hanno alcuna responsabilità nella rottura dell'argine, essendo degli animali semiacquatici le loro tane sono troppo in basso per provocare danni agli argini. Tutto molto chiaro. Peccato che fu proprio Aipo a parlare delle nutrie come possibile causa della rottura dell'argine, prima di virare (come sottolineato anche oggi) sulla fatalità e imprevedibilità dell'evento".

“La nutria espiatoria l’ha scampata. Oggi abbiamo capito che il tono c’entra poco o niente. In compenso, abbiamo imparato tre cose bene più rilevanti. Primo: che dal 2001 non si fanno i piani di tutela e di sicurezza. Non solo quindi non si investe in manutenzione che preveda interventi extra ordinari (a malapena si riesce a fare quella ordinaria) ma non esiste la minima prevenzione, tutela o pianificazione di una qualunque protezione del territorio da quasi vent’anni. A dircelo è stato il segretario dell’Autorità di Bacino Puma, oggi in audizione. E' un’ammissione gravissima, che rischia di passare sotto silenzio, che i piani pluriennali che avrebbero dovuto fare per legge ma che a quanto pare, non essendoci la copertura, non sono stati attuati. Evidentemente è un vizio andare a risparmio per le cose sbagliate" commenta Andrea Defranceschi, capogruppo M5S in Regione.

"Che in questa regione da quasi vent’anni non si faccia uno studio di quello di cui abbiamo bisogno affinché non si allaghino sempre le stesse zone, è un’ammissione di una gravità assoluta. Se dal 2001 questo non viene fatto, e non vengono destinate le risorse sufficienti, almeno abbiamo la decenza di non chiamarle più 'calamità naturali', 'emergenze', 'disastri': sono tutte molto note e si chiamano conseguenze. La vera emergenza sta in come (non) viene gestita la nostra sicurezza - prosegue Defranceschi - Il problema è evidentemente la mancanza di pianificazione, ma anche di destinazione di risorse, di cui qualcuno anche qui deve avere la responsabilità. A partire dal governo fino ad arrivare alla Regione. Che sono poi la stessa cosa… Un’altra cosa che abbiamo imparato, è che a oggi non è garantita la sicurezza idraulica dei nostri fiumi. Cioè, qui abbiamo il direttore dell’Aipo, Luigi Fortunato, che ci dice che non abbiamo i soldi per garantire la tutela del nostro territorio. E’ come se dicesse : arrangiatevi, preparatevi i sacchi di sabbia la prossima volta perché di più non possiamo fare. E ci ha detto di più: che il motivo per cui non vengono stanziati i fondi necessari, sono 'scelte politiche'".

"L'ultima notizia eclatante che abbiamo imparato, o meglio, che hanno imparato dirigenti e funzionari oggi, è che 'si è costruito troppo'. Finalmente qualcuno lo ammette: Fortunato, dirigente di Aipo, l’ha spiegato chiaramente: 'impatto antropico ha determinato le conseguenze che subiamo oggi'. E’ già il secondo tecnico che lo ammette: la cementificazione sta distruggendo la tenuta del terreno - continua il grillino - Abbiamo costruito troppo in riva ai fiumi, ma non solo. Perché il problema è che se noi perdiamo la permeabilità dei nostri terreni, tutto scorre via senza fermarsi da nessuna parte, raggiunge quelli che adesso non si possono più chiamare dei fiumi, rii o ruscelli: sono canali di scolo in cui tutto passa senza fermarsi. Nutria o non nutria non può essere trattenuto da nessuna parte. Di questo qualcuno dovrà rendere conto, quanto meno politicamente se non penalmente. E sarebbe quantomeno 'gentile' se qualcuno ammettesse questo errore: questa pianificazione urbanistica selvaggia che è stata fatta negli ultimi anni. Ora gli assessori parlano di 'piano straordinario di mitigazione del rischio' e di 'un radicale riassetto istituzionale di Aipo'. Di nuovo palate di milioni per correre ai ripari. Forse un euro speso nel 2001 per la progettazione, ce ne avrebbe fatti risparmiare 10 oggi in gestione dell’emergenza”.

Fonte: http://www.24emilia.com/Sezione.jsp?titolo=Alluvione%252C+Aipo%253A+%2527%2527Non+era+prevedibile+la+rottura+dell%2527argine%2527%2527&idSezione=56930

lunedì 17 febbraio 2014

Alluvione. Fortunato non lascia

Fonte: http://www.ilrestodelcarlino.it/modena/cronaca/2014/02/12/1024834-alluvione-direttore-aipo-resta.shtml#1



Modena, 12 febbraio 2014 - Dopo le grosse polemiche sulla manutenzione dei corsi idrici seguiti all'alluvione (fotodel Secchia nel Modenese, il direttore di AIPo, Luigi Fortunato, attraverso una lunga nota, ha chiarito la sua posizione: "Ritengo che il miglior segnale che si possa dare in una situazione di emergenza e difficoltà non sia la fuga ma il rimanere responsabilmente al proprio posto e compiere sino in fondo il proprio dovere".
Ecco la nota completa: "Dal 19 gennaio scorso ho dedicato ogni mia energia nelle azioni di risposta di AIPo a una situazione drammatica e imprevedibile. Era ed è infatti mio dovere indirizzare e sostenere la struttura dell’Agenzia, che è stata ed è tuttora impegnata in uno sforzo eccezionale. Un evento come la rotta del Secchia, per le disastrose conseguenze che ha avuto, non poteva che provocare critiche anche molto aspre: mentre attendiamo le conclusioni della Commissione scientifica incaricata dalla Regione su designazioni delle Università, siamo sempre disponibili ad ogni confronto costruttivo, in primis con le amministrazioni locali e i cittadini, per la migliore gestione possibile della difesa idraulica. Un confronto che in realtà non è mancato anche in passato, ma che può essere certamente rafforzato.



Non capiamo invece quale utilità e significato abbiano i tentativi di screditare AIPo in quanto tale, che oltre tutto feriscono la dignità di chi ci lavora. L'Agenzia è ente strumentale delle quattro Regioni padane (in virtù di leggi regionali approvate poco più di dieci anni fa dai rispettivi Consigli), ha in gestione 3.900 km di reticolo idrografico in tutto il bacino del Po e ha realizzato e realizza con professionalità opere per la difesa idraulica attiva e passiva, ne controlla l’efficienza, attua gli interventi di manutenzione e somma urgenza, cura le previsioni e il monitoraggio delle piene, realizza e gestisce le opere per la navigazione fluviale. Tutto questo, cercando di utilizzare al meglio le risorse finanziarie, umane e strumentali di cui può disporre, che – al di là di sempre possibili incrementi di efficienza – sono, con tutta evidenza, non certo adeguate alle necessità dei territori. Circa sei anni fa mi è stata richiesta la disponibilità per l’incarico che attualmente ricopro. Nel maggio scorso, alla sua scadenza, mi è stato chiesto di rimanere per un altro anno: il mio mandato scade quindi alla fine del prossimo maggio. Il Comitato di Indirizzo dell’Agenzia, che me lo ha conferito, ha facoltà di revocarlo, motivatamente, in ogni momento. Ritengo che il miglior segnale che si possa dare in una situazione di emergenza e difficoltà non sia la fuga ma il rimanere responsabilmente al proprio posto e compiere sino in fondo il proprio dovere".

mercoledì 5 febbraio 2014

Padovano - Alluvione ed avacuazione

Maltempo, torna l'incubo 2010
Centinaia di sfollati, paura nella Bassa

Allagamenti un po' ovunque, Vigili del Fuoco e Protezione civile al lavoro. Montegrotto sott'acqua. Famiglie evacuate anche a Battaglia

 http://corrieredelveneto.corriere.it/padova/notizie/cronaca/2014/4-febbraio-2014/maltempo-situazione-peggiora-evacuata-bovolenta-paura-bassa-2224019514625.shtml
 

PADOVA - Maltempo: a una settimana dall'inizio della piogge incessanti la situazione sta diventando altamente critica. Dalle otto è iniziata l'evacuazione di Bovolenta, per il momento solo una parte del paese, circa 250 persone. A Montegrotto un'anziana di 87 anni, residente nella zona di via Vallona, l'area più alluvionata del Comune, è scivolata dalle scale della sua casa ed è stata trovata senza vita dal marito rientrato in casa: non è chiaro se sia morta scivolando nella fretta di scappare dall'alluvione o per una caduta accidentale indipendente dal maltempo. . Nello stesso Comune era stato proprio il sindaco, Massimo Bordin, a lamentare un ritardo nei soccorsi a causa dell'assenza della Protezione Civile, impegnata nel Bellunese per i ripetuti blackout degli ultimi giorni.
Nella notte e nella prima mattinata, intanto, i vigili del fuoco sono al lavoro prevalentemente nella zona di Padova Ovest: sott'acqua molte strade a Sarmeola di Rubano, Selvazzano, Saccolongo. Qui il problema sono i canali di scolo che non ricevono piu' il forte afflusso d'acqua. Si registrano allagamenti in abitazioni e strade chiuse. Smottamenti sui colli e gravi disagi anche Montegrotto. Completamente sott'acqua il quartiere Vallona. A Battaglia Terme sono state evacuate circa duecento persone. La decisione è stata presa dopo l'allagamento dei quartieri Ortazzo e Chiodare.
Notte di paura anche nella Bassa padovana per il canale Bisatto che ha raggiunto livelli mai visti prima, e dove si registrano allagamenti. Allarme ancora anche per il Bacchiglione. Le previsioni meteo non promettono nulla di buono, la Prefettura e' in costante collegamento con tutti i sindaci della provincia, con la protezione civile e il genio civile. Non si esclude che nel corso della giornata altre misure per la messa in sicurezza delle famiglie possano essere prese anche nell'Alta padovana dove il Muson Vecchio e il Muson dei sassi sono a livelli critici.